• Alice Pedrazzi

Il profumo del pranzo della domenica, mischiato alle note del pianoforte, non lo sentivo da 30 anni. Da quando la nonna “Maria” approntava la tavola e noi bambine, nell’attesa, suonavamo in salone. Ogni casa, ogni nonna ha l’odore della propria domenica, ogni figlio riconosce quello della propria madre. Unico ed inconfondibile, per sempre inimitabile. Così che quando finisce, finisce per sempre. Possiamo solo aver avuto la fortuna, e la grazia, di aver vissuto quei momenti in modo così pieno da esserci costruiti buoni ricordi.

Per farlo ci vuole “tempo”, che forse è esattamente quello che significa essere madre.

(Foto di Carla Montanari)

Tempo per sentire la vita crescere, tempo per aspettare la nascita, per accettarla, per sentirne la mancanza. Tempo per conoscere e riconoscere i propri figli come persone indipendenti da noi. Diversi da tutto ciò che avevamo pensato. Tempo per imparare a lasciarli andare, per proteggerli senza stringerli, amarli senza possederli. Tempo per imparare a continuare ad essere donna, mentre si è madre. Tempo per convivere con sensi di colpa, con la paura di non fare abbastanza, di non amare abbastanza. Di non essere abbastanza. Tempo per capire che essere madri vuol dire, soprattutto, non smettere di essere donne e di capire che se si è abbastanza per se stesse, lo si è per tutti. Perché l’approvazione che si cerca negli occhi del mondo, può arrivare solo da noi stesse. Le madri hanno una grande responsabilità ed una infinita opportunità: fra le mani hanno il cuore di tutti gli uomini di domani. Sta a loro insegnare sensibilità e rispetto, sta a loro spiegare che amore non è possesso, ma libertà di scegliersi ogni giorno tutti i giorni. Sta a loro spiegare, con l’esempio più che con le parole, che una donna, per essere madre, non deve rinunciare ai propri interessi nel mondo. Non deve rinunciare a se stessa. Al contrario: deve concentrarsi, per essere la migliore se stessa possibile. In fondo ho sempre pensato che i figli chiedano alle madri, prima di tutto, di essere donne felici e capaci di amarsi. Perché se una madre non si ama, come potrà trasmettere amore?

“I bambini hanno bisogno che le loro madri restino donne, che abbiano interessi nel mondo, che abbiano passioni nel mondo, che il mondo non si esaurisca nella vita del figlio, che ci sia un desiderio che trascende l’orizzonte della maternità. Perché i nostri figli hanno bisogno di essere abbandonati, questo è un qualcosa che non si dice: i nostri figli hanno bisogno certamente della presenza della madre – la mani, il volto, lo sguardo – ma hanno altrettanto bisogno dell’assenza della madre, perché se non c’è assenza non c’è desiderio della donna, non c’è libertà della madre. Ciò che salva il bambino è il fatto che in quella madre la donna non muoia. E’ la donna che salva il bambino dal rischio di essere assorbito dalla madre”.

(Massimo Recalcati, da "Lessico Famigliare")

Auguri a tutte le madri che sono donne libere. Che siano la forza e l’esempio perché tutte possano sentirsi così. Libere di amare i loro figli, se stesse, il loro compagno di vita e la vita.


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  • Alice Pedrazzi

Aggiornato il: mag 4

Sulla linea del tiro libero, ho imparato a mettere a fuoco l’obiettivo, liberando la mente da ogni diversivo, per concentrarsi solo su ciò che occorre per raggiungerlo. E ad accettare di mancarlo, qualche volta. Più di qualche volta.

(Foto Antonella Marchini)

Perché solo mancandolo, puoi affinarne tecnica e meccanica. Solo mancandolo hai l’occasione di comprendere perché la tua concentrazione non era perfetta. Solo mancandolo, senti lo stimolo per allenarti ancora. E di più. Non ci si improvvisa né si nasce tiratori: lo si diventa. Con ore di allenamento, passate alla ricerca di quell’istante di silenzio rubato al frastuono del palazzetto, alle parole delle compagne, agli sguardi dell’avversario. Un istante difficile da costruire. Essenziale per trovare la concentrazione necessaria. Ci vogliono anni di allenamento, in cui gli allenatori ti dicono che devi “mettere a memoria” la meccanica di tiro e una volta trovata quella giusta, quella che fa uscire la palla dalla punta dei polpastrelli in modo naturale, devi ripeterla e ripeterla e ripeterla, all’infinito, perché quando avrai fra le mani la palla per tirarlo, quel tiro provato mille volte, nel momento in cui potrà decidere le sorti di una partita che vale una stagione o una carriera, possa tirarlo senza pensare. In realtà mentono. Non dicono che ciò che hai allenato, in tutte le palestre della vita, è la capacità della mente di estraniarsi dal rumore e dalla tensione generati dalla contingenza e di concentrarsi non già sull’obiettivo, il canestro, ma sul silenzio che occorre imparare ad ascoltare, per mettere dentro ad un solo istante tutti i dettagli appresi in migliaia di ore di allenamento e non mancarlo, quel tiro. Non quella volta. Un attimo sospeso, in cui tutti i tiri sbagliati e poi corretti per anni, si racchiudono sulla punta delle dita, il tuo mezzo. Dicono che lo sport sia la più grande parafrasi della vita. Non mentono, questa volta. Così, dopo ore diventate anni passate in ogni palestra abitata come fosse casa, a costruire il tiro libero perfetto, si pretende che chi, in pace o in emergenza, ha la responsabilità e l'onore di tirare l’ultimo tiro, abbia la capacità di unire al gesto tecnico la concentrazione. Perché l’uno senza l’altra non è abbastanza. La qualità professionale senza quella morale, non ha gambe per camminare e fiato per resistere alla fatica. Ecco, la parola che unisce tutto: fatica. Il segreto per riuscire a costruirsi il tiro forse non perfetto, ma che entra quando conta, su qualsiasi campo della vita si stia giocando, è “non avere paura di fare fatica”. Sembra che, negli anni che verranno, solo chi saprà tornare a fare fatica senza timore, a rifiutare l’approssimazione, ad isolarsi dalle grida di palazzetti e social network, avrà partite da giocare. E vincere.

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Dovrebbe essere uno degli obiettivi (e imperativi) principali in ogni situazione, ancora più nella gestione di una emergenza come quella che il nostro Paese sta affrontando dal 22 febbraio. Eppure, evitare almeno il prevedibile sembra essere una virtù rara.

Non ci si è riusciti, ad esempio, nella gestione dell’erogazione dell’Indennità Covid-19, più nota come Bonus da 600 euro, previsto dal Governo nel Dl Cura Italia (n.18 del 17 marzo 2020) ed erogato dall’Inps, come sostegno al reddito per il mese di marzo 2020 in favore di lavoratori autonomi, liberi professionisti, collaboratori coordinati e continuativi le cui attività sono state fortemente colpite dall’emergenza Covid-19. Per dirla in breve: una indennità destinata perlopiù a commercianti ed artigiani che dall’11 marzo, con le norme sul distanziamento sociale che disponevano la chiusura delle loro attività, si sono trovati a fatturato zero, dall’oggi al domani.

Ecco, non si è riusciti, in questo caso ad evitare il prevedibile: che il sito dell’Inps andasse in tilt, preso d’assalto da chi era a zero reddito da settimane.

“100 domande al secondo per il bonus da 600 euro”, ha dichiarato la stessa Inps, nel giorno di apertura della procedura telematica per la richiesta, il 1 aprile (che, forse, anche scegliere un giorno diverso da quello del Pesce d’Aprile…)

Un tale affollamento era però prevedibile, per una misura annunciata settimane prima (almeno due) di diventare operativa, in grado di dare quel minimo – largamente insufficiente ma pur sempre vitale, perché tra zero e seicento, la differenza è del 600% - di liquidità ai milioni di imprenditori che si sono trovati, improvvisamente, da un giorno all’altro, ad incasso zero. Repetita iuvant: milioni di imprenditori e lavoratori che si sono trovati, da un giorno all’altro, ad incasso zero.


Ma la “ressa telematica”, con conseguente stress e ansia dei richiedenti si sarebbe potuta certamente prevedere e forse evitare. Con una semplice e fin troppo banale operazione di buon senso che, anche a scriverla, vien quasi da sorridere (o da piangere) al pensiero che nessuno ci abbia pensato.

Se, come ha detto il presidente dell’INPS Tridico, “non c’era fretta” perché quello del 1 aprile non è stato un “click day” e le risorse basteranno per tutti (e, oggi, speriamo che una cosa del genere sia stata detta con assoluta certezza e cognizione di causa, visto che i 600 euro non sono stati ricevuti ancora da tutti quelli che ne hanno fatto richiesta), non si poteva organizzare la presentazione delle domande (se proprio non c’era modo di evitarla, procedendo “d’ufficio” ad accreditare il bonus agli aventi diritto), che so, andando in ordine alfabetico?

Il primo giorno dalla A alla C, il secondo dalla D alla F...e così via. È stato fatto, intelligentemente, per il ritiro delle pensioni, per scongiurare il pericolo assembramenti. Anche l’assembramento informatico si sarebbe potuto evitare, soprattutto perché fatto altamente prevedibile. O no?

Che poi, evitando il prevedibile, magari si sarebbe evitato pure l’imprevedibile. Cioè che il sito dell’Inps, soffocato da centinaia di migliaia di domande in contemporanea, impazzisse e, ai fortunati che pur riuscivano miracolosamente ad accedere, mostrasse, anziché la propria anagrafica, quella di altre persone, facendone così vedere (e maneggiare) tutti i dati sensibili.

Il prevedibile, allora, cerchiamo di evitarlo almeno con la “Fase Due”. Perché è chiaro a tutti che regole per la riapertura fumose, poche chiare, o – peggio – inattuabili dal punto di vista organizzativo o insostenibile da quello economico, genereranno l’effetto opposto, costringendo migliaia di piccole attività commerciali ed artigiane, del commercio, della ristorazione, del turismo a chiudere per sempre.

E’ (più che) prevedibile, infatti, che l’effetto di misure che incrementano i costi a fronte di una certa diminuzione del fatturato, portino alla chiusura. Possiamo evitarlo?




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Blog di Alice Pedrazzi

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Creato il 25 aprile 2020