• Alice Pedrazzi

SULLA LINEA DEL TIRO LIBERO

Aggiornato il: mag 4

Sulla linea del tiro libero, ho imparato a mettere a fuoco l’obiettivo, liberando la mente da ogni diversivo, per concentrarsi solo su ciò che occorre per raggiungerlo. E ad accettare di mancarlo, qualche volta. Più di qualche volta.

(Foto Antonella Marchini)

Perché solo mancandolo, puoi affinarne tecnica e meccanica. Solo mancandolo hai l’occasione di comprendere perché la tua concentrazione non era perfetta. Solo mancandolo, senti lo stimolo per allenarti ancora. E di più. Non ci si improvvisa né si nasce tiratori: lo si diventa. Con ore di allenamento, passate alla ricerca di quell’istante di silenzio rubato al frastuono del palazzetto, alle parole delle compagne, agli sguardi dell’avversario. Un istante difficile da costruire. Essenziale per trovare la concentrazione necessaria. Ci vogliono anni di allenamento, in cui gli allenatori ti dicono che devi “mettere a memoria” la meccanica di tiro e una volta trovata quella giusta, quella che fa uscire la palla dalla punta dei polpastrelli in modo naturale, devi ripeterla e ripeterla e ripeterla, all’infinito, perché quando avrai fra le mani la palla per tirarlo, quel tiro provato mille volte, nel momento in cui potrà decidere le sorti di una partita che vale una stagione o una carriera, possa tirarlo senza pensare. In realtà mentono. Non dicono che ciò che hai allenato, in tutte le palestre della vita, è la capacità della mente di estraniarsi dal rumore e dalla tensione generati dalla contingenza e di concentrarsi non già sull’obiettivo, il canestro, ma sul silenzio che occorre imparare ad ascoltare, per mettere dentro ad un solo istante tutti i dettagli appresi in migliaia di ore di allenamento e non mancarlo, quel tiro. Non quella volta. Un attimo sospeso, in cui tutti i tiri sbagliati e poi corretti per anni, si racchiudono sulla punta delle dita, il tuo mezzo. Dicono che lo sport sia la più grande parafrasi della vita. Non mentono, questa volta. Così, dopo ore diventate anni passate in ogni palestra abitata come fosse casa, a costruire il tiro libero perfetto, si pretende che chi, in pace o in emergenza, ha la responsabilità e l'onore di tirare l’ultimo tiro, abbia la capacità di unire al gesto tecnico la concentrazione. Perché l’uno senza l’altra non è abbastanza. La qualità professionale senza quella morale, non ha gambe per camminare e fiato per resistere alla fatica. Ecco, la parola che unisce tutto: fatica. Il segreto per riuscire a costruirsi il tiro forse non perfetto, ma che entra quando conta, su qualsiasi campo della vita si stia giocando, è “non avere paura di fare fatica”. Sembra che, negli anni che verranno, solo chi saprà tornare a fare fatica senza timore, a rifiutare l’approssimazione, ad isolarsi dalle grida di palazzetti e social network, avrà partite da giocare. E vincere.

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Creato il 25 aprile 2020